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Un padre tronfione, recita a memoria pezzi dei poemi epici con una foga tale da farsi mancare il fiato, fino a diventare tutto rosso.
La nuova moglie, matrigna delle sue due ragazze, gira con in testa un parrucchino di un colore diverso dai capelli veri, rasati e pochi. 
Un'altra madre, quella delle ragazze, morta da tempo, a cui nessuno pensa. Nessuno se la ricorda mai, neppure per sbaglio. 
E poi loro, le figlie, le ragazze: Titina, la maggiore, spaventatissima all'idea di rimanere senza marito, ma sempre materna, e comunque mai gelosa della minore, più bella di lei come luogo comune vuole. 
Infine la protagonista, la minore, la bella, con la sua faccia rotonda, la narratrice della storia:  bambina, poi ragazza, infine donna, dal nome orrendo, perché ereditato dal «...compare Gaudenzio (...e...) ridotto, per uso di famiglia, al diminutivo ridicolo di Denza» con la «faccia da luna piena».
Con le ragazze, ecco le cugine Bonelli, due pure loro, in visita quando non sono in collegio, e che non smettono, da quando arrivano a quando se ne vanno, di toccare  «...tutte le cose sulla tavola, la scatola da guanti, i cerchi da tovagliolo, la coppa, e domandavano ogni volta chi aveva fatto questo e regalato quello...», con le padrone di casa costrette a ripetere a ogni incontro «la leggenda dell'oggetto». 
E poi, la vecchia zia, ospite da tempo, con la risata frequente, o meglio il «sorriso beato che le scopriva tutte le avarie della dentiera», che dorme dietro un paravento in cucina e si ricorda, a comando, le battute di qualche anno prima.
Andando avanti nella storia, con Denza che non ci sta più nei vestiti troppo stretti,  che le è cresciuto il petto, un incontro, la prima volta a vedere il Faust, a teatro: Onorato Mazzucchetti. Lui la nota lei no. Una delle cugine Bonelli glielo dice, la avverte: è un po' grosso, ma sta a dieta. 
Denza ha tutto il tempo di fantasticare, a casa, da sola o in compagnia, di immaginare baci, carezze, abbracci, obbedendo anche qui, alla retorica di tanti romanzi. 
La prima volta che lo vedrà, invece: «Mi parve un vecchio», scrive. 
Va bene grosso, ma quello che la donna si trova davanti è «...un coso tutto d'un pezzo colle spalle poderose, alte, quadrate, il petto sporgente, il collo corto e una grossa testa coi capelli neri neri, lisci lisci e gli occhi neri, grossi, sporgenti», annota. 
Eccolo, il giovane possidente che, nonostante tutto, continuerà ad alimentare le fantasie di Denza,  ma non ne diventerà mai l'amante, né tanto meno il marito.
E, per chiudere coi personaggi principali di questo straordinario Amarcord del novarese, un po’ fumetto un po’ autobiografia: lo Scalchi,  l'uomo con la verruca, molti anni dopo l'inizio della storia, fa lo stesso mestiere del padre di Denza, il notaio, e con lui il matrimonio della protagonista, ormai non più tanto giovane, verrà celebrato, suo marito. 
Uscito nel 1885 con l'editore Galli di Milano (e ripubblicato, nel 1973, da Italo Calvino per Einaudi) questo libro contiene nel titolo solo una parte, forse la meno importante, della storia che Maria Antonietta Torriani racconta. E non solo perché del matrimonio vero e proprio si parla solo nelle ultime sei pagine del volume, ma anche perché quella che viene descritta è la storia di una donna, di un gruppo di donne, meglio sarebbe dire, che passano dall'infanzia, e attraverso le illusioni dell'adolescenza e della giovinezza, al matrimonio. 
Vero è che al momento in cui la protagonista inizia il suo racconto ha già tre figli.  Sa di cosa sta parlando, ha avuto il tempo di riflettere, di rivedere la sua vita, forse per questo ne parla.
Il matrimonio in questo libro è un luogo mentale, una sorta di ossessione. Qualcosa di cui continui a parlare anche quando ci sei dentro. Niente del punto di arrivo, di approdo, che immaginavi e di cui qualcuno, attorno a te, continua a blaterare.
Una delusione, un totale fallimento per tutti.
A proposito di non corrispondenze, non è un romanzo di formazione, questo, Un matrimonio in provincia, ma, come spesso succede nei libri scritti da donne, piuttosto di deformazione.
E a ribadirlo ancora lei, la donna che narra, in chiusura, in un modo neanche tanto figurato: «il problema è che ingrasso», dice.
Lo dice in modo impietoso, è vero.  Come impietoso è il libro. Descritto spesso come un romanzo dal tratto leggero, un divertente (così ne parlava la madre di Natalia Ginzburg) testo sulla vita di provincia, Novara, è, in realtà, una raffigurazione del nord Italia che non risparmia nessuno e niente.
Ad essere presi di mira sono il cattolicesimo, ma anche la retorica di certa cultura di metà ottocento, o i luoghi comuni sul matrimonio, quelli legati all'infanzia e alla giovinezza, al diventare donne, al fare gruppo quando si è ragazze, all'essere, diventare, mogli, o uomini, mariti, «moschettieri»: dal gruppo di amici di Onorato.
Ed ecco, allora, a proposito della religiosità fasulla cui il cattolicesimo induce, le chiese, le parrocchie, i piazzali, le processioni, ridotti a luogo d'incontro, anzi di occhieggiamento, di strusciamento, fra spasimanti giovani e meno giovani, chiese come posti di passeggio e fatti apposta per sublimare la sensualità. Ecco le suppellettili legate al rito: le «pilette d'acqua santa in argento cesellato», o quelle altre, «di porcellana, in forma di angeli, colla gonnellina rialzata che faceva da coppa» in casa, che diventano oggetti da ornamento, quando non da ingombro.
L'autrice si serve spesso di liste, enumerazioni, descrizioni serrate, per aumentare l'effetto comico.
E, a proposito della retorica della cultura, è bravissima a disegnare, con pochi tratti, attraverso il padre, un personaggio perfetto di declamatore di provincia, un retore da poco.
A celebrare i luoghi comuni sull'istituzione matrimoniale vediamo, invece, la nuova moglie, la matrigna col parrucchino: dopo aver fatto un altro figlio, rivelerà le sue qualità maggiori, strettamente legate al benessere economico di cui gode, nel riempire il salotto di casa con masserizie di ogni tipo, impedendo di fatto, a chiunque, di accogliere visitatori, fossero pure le famose cugine Bonelli. 
Neanche il nuovo arrivato, il bambino, chiamato il marmocchio e descritto dalle ragazze come un vecchietto, viene risparmiato, qui, per ciò che riguarda l'infanzia: unico suo ruolo è quello dell'erede, per i genitori, perché è maschio, e dell'ostacolo, oppure di una liberatoria, per le ragazze, insomma, un motivo, a seconda dei casi, per uscire, una scusa, o per vedere limitata la propria libertà.
Sulla retorica della giovinezza, e della sua fine, fa testo il percorso di Denza, come quello della sorella Titina che, anche lei, accetterà di sposare un uomo cui non ha mai pensato («Il farmacista di Borgomanero, lo stesso che era stato fidanzato per tre anni colla nostra cugina di laggiù», un'altra) , e solo perché lui sta bene e l'ha chiesta in moglie.
È, davvero, un testo che, allegramente, tratta di ottusità svendute da sempre come normalità.
E non c'è nessuna leggerezza nella storia, anzi: la comicità, quella cui assistiamo, è fatta proprio del contrario.  Sono personaggi di uomini e donne,  più o meno volutamente, prepotenti, spesso tronfi, al limite della crudeltà, o, al contrario, troppo deboli, questi di Torriani, oltre che appunto totalmente ignavi. 
E a proposito di ignavia e stupidità, non si salvano i giovani. Per tutti valga la figura di Onorato, il mai del tutto fidanzato di Denza che impiega un romanzo intero a non riuscire nel suo intento di dichiararsi pubblicamente, e che alla fine starà con un'altra («Sposa la Borani!», riferisce dispiaciuta a Denza una delle cugine).
Una storia di fallimenti, grandi e piccoli. Di inetti, inette e inettitudine qualche anno prima di Svevo: Una vita è del 1892. Di  esistenze che si trascinano nell'obbedienza incostante a principi mai compresi.
«Noi non eravamo malcontente di quel regime, e non ci annoiavamo di certo. Ma non eravamo neppur contente, e non ci divertivamo. Era un'apatia, un'indifferenza assoluta»: dichiara la protagonista. 
Un regime, quel regime, che ha come unico obiettivo quello di far morire il desiderio e dove la libertà di scelta è affidata alla chiesa, a volte alla furbizia, o al caso, di cui il padre e la matrigna rappresentano in casa i vicari.
Infelicità e ridicolaggine, ecco di cosa è fatta l'inettitudine dei personaggi. Prendiamo Denza: a partire dal nome niente, nella sua vita, ha mai un momento di brillantezza.
Dalla morte della madre, niente in questa esistenza, ma è lo stesso per quella della sorella, solo in maniera meno evidente, funziona. Tutto va troppo di corsa o troppo piano. Tutto è troppo, o troppo poco.
Inutilmente veloci sono le domeniche che il padre impone alle figlie prima dell'arrivo della matrigna, con quella specie di maratone su per la montagna, di corsa,  in nome di un benessere fisico che, come si sa, o si dovrebbe sapere, è la base per assicurare quello mentale, ma anche un motivo d'infelicità per le ragazzine. Esageratamente lenti sono invece certi pomeriggi: quelli trascorsi in compagnia delle Bonelli, le quali godono, come spesso è, o ci sembra, quando siamo giovani, di maggiore libertà e più mezzi, nel salotto di casa, senza sapere che dire. Con quelle che toccano tutto e dappertutto ficcano le mani.
E non è solo un problema di velocità o lentezza, ma di ordine mentale che manca.
C'è da sistemare, in qualche modo, nella testa, e pare questa l'operazione più ardita, il posto che occupa la zia, quella zia che vive in casa, sistemata dietro un paravento in cucina, le sue risate sconnesse e solitarie, quel particolare modo di essere donna, quella forma femminile che ogni tanto fa sì che tu chieda a te stessa: «Che cosa ho a che fare io, con lei? Diventerò ridicola così? Come fare a evitarlo? Ne sarò capace?». 
Eccola, la ridicolaggine. Che per gli uomini si manifesta in un' eccessiva rigidità, in certi sguardi ebeti tenuti in vita dalla pulsione sessuale, nella mancanza di morbidezza, e nell'incapacità di capire.
Insomma, Maria Antonietta Torriani, per raccontare questa storia di torpori soffocanti, di istinti insoddisfatti, di piccole e grandi prepotenze, sadismi, di adulti nei confronti di bambini, o di vigliaccherie di uomini, esseri fisicamente più forti, ma non necessariamente più intelligenti, nei confronti di donne di tutte le età, apparentemente più malleabili, ma non sempre sottomesse, si serve di uno strumento che dà la possibilità, a chiunque lo usi, di essere sempre, comunque, perdonato: la risata.
Tutto qui è eccessivo: il colore del parrucchino della matrigna, le grinze sulla faccia del bambino, e che lo fanno assomigliare a un vecchino, il tempo che scorre fra un incontro e l'altro di Denza e Onorato, gli occhi spalancati di lui, la verruca sulla fronte del notaio Scalchi per cui Denza prova a proporre addirittura l'asportazione («Ma non potrebbe farselo togliere?»), la pioggia («Il domani cominciò a piovere e piovve per una serie di giorni»),  il tono oratorio del padre quando declama («...quando finiva quelle narrazioni il babbo era tutto ansimante ed in sudore, come se quelle gesta le avesse fatte lui»), il volume della risata della zia che dorme da sola dietro il paravento in cucina.
Un testo, scritto in un italiano lirico, che ha la semplicità di un diario e che sarà amato non solo dalla Natalia Ginzburg di Lessico familiare ma anche, per temi e luoghi, da un'altra importante scrittrice, la Alba De Céspedes, di Quaderno proibito.
Torriani è scrittrice colta, e per descrivere non si limita a osservare. Quando le ragazze vanno a teatro è allo spettacolo di Faust e Margherita che assistono, il modello di Onorato e dei suoi amici sono I tre moschettieri di Dumas (il che li rende se possibile ancora più tragici, oltre che ridicoli), e anche il padre non è mai vago nei suoi riferimenti all'epica eroica: cita Ulisse, Achille, Ettore.
Ed è questa precisione, la cultura letteraria dell'autrice, unita alla conoscenza dei capolavori di Flaubert e Stendhal, con quei personaggi persi nelle loro fantasticherie, a far supporre che abbia voluto a sua volta dare corpo, replicare, una figura di giovane illusa, o meglio sarebbe dire, delusa dal fantasma di un amore.
Sul contenuto, in senso stretto, di questa storia mancata, e senza svelare altro della breve trama, un riferimento, il riferimento: se ha ragione David Foster Wallace quando nel suo ultimo,  incompiuto libro (Il re pallido), dichiara che ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, questa di Maria Antonietta Torriani, in arte Marchesa Colombi, è sicuramente una delle più belle storie di fallimento, di gesti incompiuti, mancati, di goffaggini, mansuetudini, del secondo ottocento italiano.

Fellini, il regista, viene sempre considerato, e lo è, un genio visionario. E con questa modalità si tende spesso a identificarlo nell'invenzione pura, staccata da ogni riferimento letterario e cinematografico. Ogni tanto mi fermerei a osservare quanto fosse già presente in certi libri, certi film precedenti, questa visione, mi fermerei cioè a osservare come il genio non sia altro, a volte, che la capacità di scegliere, il talento di recuperare, mettere assieme, smantellare, ricostruire.

Marchesa Colombi

Nata a Novara nel 1846, figlia di un orologiaio e di una maestra elementare, Maria Antonietta Torriani, con la sorella Giuseppina, alla morte del padre, e per problemi economici, viene mandata a vivere in collegio.

Nel 1847, la madre, Caterina Imperatori, che ha avuto tre figli, di cui uno morto appena nato, sposa in seconde nozze, già incinta, Martino Moschini, di professione chimico, molto più grande di lei.

Maria Antonietta e la sorella tornano a vivere a casa, a Novara. 

Nasce il quarto figlio di Caterina Imperatori, Tommaso Moschini.

Dopo le Scuole Canobbiane, Maria Antonietta si iscrive all'Istituto d'arti e mestieri.

È appassionata di pittura, ma nel 1853 la madre muore, lei rifiuta un matrimonio di convenienza e viene spedita dal patrigno in convento, sul Lago d'Orta. Non è contenta, ma continua a studiare: prenderà il diploma di istitutrice, unica possibilità di attività sistematica permessa alle donne dalla Legge Casati, del 1859, che escludeva le donne dall'istruzione superiore.

Nel 1865 il Moschini padre muore e Maria Antonietta riesce a disporre di una piccola eredità.

Nel 1869 si trasferisce a Milano e lavora come giornalista. 

A partire dal 1870 lavora anche come insegnante, con Anna Maria Mozzoni, nel liceo femminile Gaetana Agnesi e l'anno dopo girano assieme l'Italia per un ciclo di conferenze e incontri sul tema dello sfruttamento delle donne, della loro libertà, e dell'importanza dello studio e della cultura. 

Nel 1871 Torriani pubblica il saggio Della letteratura nell'educazione femminile.

Conosce Giosuè Carducci con cui ha una relazione.

Collabora alla rivista, la cui redazione è solo ed esclusivamente femminile, La donna, diretta da Gualberta Alaide Beccari, attivista e scrittrice.

Nello stesso periodo incontra, in un’altra redazione, quella de L'illustrazione Universale, il giornale dove era andata a proporsi come collaboratrice, il napoletano Eugenio Torelli-Viollier, di qualche anno più giovane di lei.

Si sposeranno nel 1875.

Nel 1876 fondano il Corriere della Sera. Il marito fa il direttore e lei è la prima firma femminile del quotidiano milanese.

Appassionata di politica e di dinamiche sociali, giornalista, traduttrice, studiosa di letteratura, è intanto diventata la Marchesa Colombi, dal nome di una commedia di Paolo Ferrari, La satira e Parini, in cui i coniugi Colombi sono due personaggi di inutili frivoli.

È amica di Giovanni Segantini e di Giovanni Verga.

Nel 1877 seguendo la sua passione per umorismo e insegnamento pubblica un piccolo galateo, La gente per bene. Ne verranno, negli anni, tirate ventisette edizioni.

È anche l'anno in cui escono un volume di racconti, Scene nuziali, e il romanzo Tempesta e bonaccia.

Il 1878 è l'anno de In risaia. Racconto di Natale, una delle sue più note opere narrative, e della raccolta Racconti di Natale.

Nel 1879 vengono pubblicati due volumi di novelle, Serate d'inverno e Piccole cause, e nel 1880 ne escono altri tre: La cartella n.4, Dopo il caffè, Troppo tardi.

Del 1881 è il romanzo epistolare Prima morire, e il 1883 sarà la volta de Il tramonto di un ideale e della raccolta di novelle Senz'amore.

Nello stesso anno pubblica due libretti d'opera per la casa editrice Ricordi, La creola e Il violino di Cremona, il secondo viene rappresentato alla Scala con la musica di Giorgio Litta.

Del 1885 è Un matrimonio in provincia, un romanzo che avrà molto successo e che verrà tradotto in varie lingue.

Nel 1888, in circostanze tragiche, che segneranno per sempre la sua vita, si separa dal marito ma continuerà a collaborare al giornale.

Si dedica alla letteratura per l'infanzia, tra umorismo e didattica, pubblicando tra il 1882 e il 1890 vari volumi: I più cari bambini del mondo (1882), I bambini per bene a casa e a scuola (1884), Giornate piovose (1884), I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso (1888), Un ideale (1896), Mangascià (1898), Dopo la tempesta l'arcobaleno (1899), La voce delle cose (1899), Il maestro (1899), Il bimbo della Pia (1900), Umani errori (1899), Il piccolo eroe (1900).

Nel 1896 torna in libreria con un'altra raccolta di racconti, Cara Speranza.

Nel 1900 escono il romanzo Le gioie degli altri e i Racconti popolari.

Nel 1900 si trasferisce a Cumiana, in provincia di Torino, dove si dedica a una mai dimenticata passione: l'impegno sociale.

Muore a Milano nel 1920.

Libri utili:

 

A. Arslan, Dame, galline, regine. La scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900, Milano, 1998

 

C. Barbarulli - L. Brandi, L'arma di cristallo: sui discorsi trionfanti, l'ironia della marchesa Colombi, Ferrara, 1998

 

R. Barreca, Last laughs. Perspectives on women comedy, New York, 1988

 

S. Benatti - R. Cicala, La Marchesa Colombi: una scrittrice nella Novara dell'800, Novara, 2014

 

H. Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico (1900), Milano, 2017

I. Calvino, (introduzione a), Marchesa Colombi. Un matrimonio in provincia, Torino, 1973

L. Capuana, Letteratura femminile (1907), Catania, 1988

 

A. Cavarero, Nonostante Platone: figure femminili nella filosofia antica, Roma. 1990 

 

M.T. Cometto, La marchesa Colombi, Milano, 2020

 

B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928), Napoli, 2004

 

N. De Giovanni, Carta di donna. Narratrici italiane del ‘900, Torino, 1996

 

U. Fanning, Italian women's autobiographical writings in the twentieth century: constructing subjects, Teaneck, Vancouver, 2019

 

M. Forcina, Ironia e saperi femminili: relazioni nella differenza, Milano, 1998

 

B.M. Frabotta, Letteratura al femminile. Itinerari di lettura a proposito di donne, storia, poesia, romanzo, Bari, 1960

D. Foster Wallace, Il re pallido, Torino, 2011

G. Morandini, La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana tra ‘800 e ‘900, Milano, 1980 

 

L. Panizza, S. Wood, A History of Women’s Writing in Italy, Cambridge, 2001

 

E. Pierobon, Marchesa Colombi (1840-1929), Padova, 1996

 

L. Pirandello, L’umorismo (1908), Milano, 2017

A. Santoro, Narratrici italiane dell’ottocento, Napoli, 1987

 

S. Wood, Italian Women's Writing:1860-1994, Londra, 1995

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