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Uscito nel 1883, per l’editore Treves, questo libro di Camillo Boito contiene otto racconti. 

Apparente filo conduttore è il tema della seduzione, declinato nella forma della donna adescatrice e dell’uomo che subisce. Dico apparente perché, a una lettura più approfondita, viene fuori che Boito (architetto, studioso e insegnante d’architettura) più che interessato alla letteratura in senso stretto, è interessato alla modernità: anzi, a una delle principali forme in cui essa si manifesta. 

Se la seduzione è, infatti, una delle modalità rituali con cui gli esseri umani si mettono in gioco, la sfida è forse il tratto principale che siamo soliti collegare alla nascita del mondo contemporaneo. Sfida a sé stessi, agli altri, alla natura: a volte fino a un punto estremo.

Lo mostra bene Balzac: la moderna narrativa è legata al soggetto come individuo, alla libertà di scelta, al rischio, anche economico: fa niente se poi la scelta non è poi mai davvero libera.  

Inevitabile che lo sfondo su cui molti dei personaggi boitiani si muovono sia quello cittadino. Quando si spostano, in montagna (Macchia grigia), aspettando un treno (Meno di un giorno), in una piccola comunità (Santuario), il loro modo di guardare resta lo stesso: quel misto di sicurezza e ostentazione (tipico degli insicuri) di chi è cresciuto in una città.  

C’è anche chi (il protagonista di Vade retro, Satana) avendo come orizzonte quello di una piccola comunità, sottovaluta il pericolo di quelli e quelle che, dalla città, vengono.

Letteratura come indagine sulla modernità, quindi: e sul rischio che corre l’individuo, in particolare. Se ci sono volte in cui tornare indietro è possibile (accade al protagonista de Il collare di Budda), e quella che resta è solo una gran paura, ce ne sono altre in cui si paga con la vita (pensiamo a Ruz, il protagonista di Senso).  

Sfide, rischi, individualismo, ricadute su chi ci sta accanto.  Il linguaggio di Boito è piano, senza scosse, definito da qualcuno «medioborghese».    

Prendiamo Senso, il racconto più famoso della raccolta. 

Come sappiamo, la contessa Serpieri ci tiene a descriversi come un esempio di donna forte, indomabile, un po’ perfida (così facendo tutti pensiamo che sia lei, la sola responsabile della morte di Ruz), se non che il tenente, col suo ostentato disinteresse per l’Arma, il pubblico disprezzo per tutto ciò che riguarda gli altri e le altre, si autocandida a perfetto bersaglio per incidenti di qualsiasi tipo, e forse sarebbe morto lo stesso.  

Autocandidatura anche per il protagonista de Il collare di Budda: col suo vizio che riguarda la strada e tutto ciò che la strada di bello e di brutto nasconde. Due sguardi che si incrociano in una via, in queste storie, sono spesso l’inizio di una tragedia: e la calma della, e nella, relazione esiste solo nell’immaginazione dei personaggi (pensiamo al protagonista di Meno di un giorno: aspetta il treno, dalla città, per incontrare l’amante, una donna sposata, ma dopo qualche ora non tiene ad altro che a rimanere solo).  Forse solo la natura, il mare, la pietra, e meglio ancora se sotto forma di dipinti, opere d’arte, di bei palazzi veneziani, possono regalare agli esseri umani un po’ di calma: un bagno nella Laguna da soli (come è in Quattr’ore al Lido: bellissimo), una passeggiata, di notte, nelle calli di Venezia, o in montagna: tutto col desiderio, ma anche la paura, di incontrare qualcuno che si mostri interessato a noi, che ci faccia una domanda. 

Sono le donne, nella maggior parte dei casi, secondo il luogo comune dell’epoca, ad incarnare selvaticheria e ferinità: uno dei tanti modi in cui si manifesta la femme fatale: un’altra faccia della modernità.  

Camillo Boito

Nato a Roma nel 1836 e morto a Milano nel 1914, è stato architetto e scrittore. Esperto di restauro (suoi, fra gli altri, i rifacimenti, a Milano, della Porta Ticinese e della Casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi; dell’Altare di Donatello a Padova) ha studiato in Polonia e in Germania, a Padova e a Venezia, dove ha anche insegnato. A partire dal 1860, e per quasi cinquant’anni, è a Milano, a Brera e al Politecnico. Ha scritto e pubblicato due raccolte di racconti: Storielle vane, 1876 e questa Senso. Altre storielle vane, 1883, poi, ancora, Gite di un artista, una sorta di diario di viaggio fra arte e letteratura, e vari studi storici, fra cui Architettura del Medio Evo in Italia. Fu recensore artistico per le maggiori riviste dell’epoca (Il Politecnico, La Nuova Antologia) e direttore del Museo Poldi Pezzoli. 

Libri utili: 

G. Bassani, (introduzione a C.B.), Il maestro di setticlavio, Roma, 1945 

C. Bertoni, (a cura di), Senso di Camillo Boito, Lecce, 2002/2015 

R. Bigazzi, Roberto, (introduzione a), Storielle vane. Tutti i racconti di Camillo Boito, Firenze, 1979 

M. Bonfantini, (introduzione e a cura di), Le più belle novelle dell'Ottocento, Roma, 1951

 

A. Gendrat-Claudel, La coscienza di Livia. Per una lettura dell’incipit di Senso di Camillo Boito, (sta in) SigMa, n. 2, 2018

L. Grassi, Camillo Boito, Milano, 1959

A. Moravia, (introduzione a) Senso (di Camillo Boito), Roma, 1986 

P. Nardi, (introduzione a C.B.), Senso e altre storielle vane, Firenze, 1961

S. Petrignani, (introduzione a) Senso (di Camillo Boito), Roma, 1993  

E. Porciani, Senso di Camillo Boito: desiderio narrativo e racconto inattendibile, (sta in) Filologia antica e moderna, 11/21, 2001

 

E. Siciliano, (introduzione a) Senso (di Camillo Boito), Milano, 1975 

G. Tellini, Il romanzo italiano dell'Ottocento e Novecento, Milano, 2000

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