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Innanzi tutto libri, tanti libri. 
Libri che servono per insultare, classificare, escludere, includere, rendersi edotti, libri per divertirsi, per stabilire complicità e alleanze.
Il cavaliere povero (Puškin) usato da una giovane donna, Aglaja, per prendere in giro Myškin, il principe, l'idiota del titolo, nei confronti del quale dimostra una fissazione che non l'abbandonerà. 
E poi Madame Bovary (Flaubert), fra gli indicatori di lettura, i segnali esistenziali di un'altra donna, Nastas'ja  Filippovna, che il Principe raccoglie,  "Adocchiato sopra un tavolino un libro, il romanzo francese Madame Bovary, piegò un angolo della pagina dove il libro era aperto, pregò che gli dessero il volume, e se lo mise in tasca, sebbene gli avessero detto che apparteneva ad una biblioteca circolante", una donna che mai riuscirà a trovare un equilibrio, nelle sue relazioni con gli uomini, forse perché, banalmente, non le è mai stata data la possibilità di scegliersele, quelle relazioni. 
E ancora, il Don Chisciotte della Mancia, emblema di un fumo nei ragionamenti che coinvolge un po' tutti i personaggi, quasi un marchio di fabbrica della storia, tanto è vero che viene usato, il volume dell’autore spagnolo, sempre da Aglaja, la terza figlia di una agiata famiglia di Pietroburgo, come contenitore per messaggi e lettere. 
E Gogol’. 
Libri usati come omaggio, o per entrare nelle grazie dei benestanti, come fa l'usuraio Lebedev, con la Epančina, madre di Aglaja e di altre due ragazze, nella scena in cui tiene a precisare, però, che le uniche cose da lui permesse, per quel che riguarda il 'suo Puškin' (sempre Puškin!)  sono consultazione e vendita, prestiti niente, né tanto meno regali. 
Poi corpi, come figurine, arazzi, calchi, antecedenti cinematografici, già figli del meccanismo fotografico, lanciato ormai da trent'anni, perché in costante movimento: uomini e donne che si prendono a spintoni, a sputi, a schiaffi, che non esitano a usare i frustini sulle guance degli avversari, in pubblico, in segno di disprezzo. Litigate. A due, a tre, da soli, di gruppo. Sagome che urlano, si insultano, si scrivono, si rimproverano, recitano sermoni, litigano, recitano poesie, si coprono la faccia con le mani, per piangere.
I gesti non sono mai gratuiti, tutto si paga, tutto ha un fine, un obiettivo, un intento, un proposito, non c'è passeggiata, discorso, arringa, che non voglia portare da qualche parte, fosse anche soltanto alla tanto temuta, prima involontaria, poi forse voluta, rottura di un prezioso vaso cinese, come è nel caso del principe Myškin, la cui vera originalità nei confronti degli altri personaggi sta, probabilmente, in quel suo non sapere mai, davvero, cosa stia per succedere, nel non spingere mai perché le cose accadano, nel non vederci mai del tutto chiaro, forse anche per la malattia che lo mina nel fisico, e che gli dà, a seconda delle circostanze una vista troppo corta, al limite dell'ottusità, come quando non si accorge, poco prima di essere presentato come fidanzato di Aglaja, a Pavlovsk, in che razza di congrega di persone è capitato, o troppo lunga, quasi corretta da una immaginaria lente, come quando si accorge, prima di tutti gli altri, della malattia di Nastas'ja , la sua convinzione di essere una donna perduta, quel suo non riuscire a vivere se non immaginando se stessa in quell’unico, drammatico, ruolo. 
E forse è questa la vera differenza tra il principe e il resto dei personaggi, forse è questo che lo rende davvero così moderno, definitivamente aperto come protagonista: quel suo aver sperimentato l’aspetto positivo della malattia, assieme a quello negativo, e cioè il suo saper uscire da sé stesso, il non voler essere sempre così ostinatamente uguale, da questo punto di vista l'ideale cristico si presenta come una ingenua forma di disadattamento, diremmo noi, è visto come un percorso che non porta ad altro che alla follia e all'inanità.
Diverso, è il Principe, da Nastas'ja Filippovna Baraškova,  per esempio, così chiusa nel voler continuare a pensare a se stessa come perduta: e tutto, tutto rifiuterà, pur di aderire all'idea orgogliosa che nutre della sua persona,  è questo l’unico vero peccato,  che  la porterà alla morte. 
Diverso da Aglaja, bloccata pure lei, seppure più mondana e vitale, nel desiderio di portare via l’oggetto d'amore, a Nastas'ja .
Diverso anche da Tockij, che sembra a volte volersi aprire, sembra voler rinunciare al suo obiettivo, che è quello di sbarazzarsi di Nastas'ja  Filippovna, sembra voler prendere ad amarla, ma resta poi, invece, per pigrizia, opportunismo, paura, attaccato al suo aspetto meno luminoso, Tockij che l’autore punirà facendolo sparire a metà romanzo, e nonostante l’ importanza,  "...invaghito di una francese dell’alta società, marchesa e legittimista, la quale lo avrebbe condotto a Parigi e poi, più qua o più là, in Bretagna".

Ciascuno dei personaggi, anche quelli minori, qui sembra avere un suo fine, una sua modalità, fosse pure solo quello di fare a pugni, come è per Keller, alto alto, amico di Rogozin, e che conosce la boxe inglese o, al contrario, la capacità di sorridere, di tenere assieme gioco e conoscenza, come è per Vera, la giovane figlia di Lebedev, l’usuraio. 
Tra gli elementi, gli oggetti, che fanno da mediatori tra i personaggi e il perseguimento dei loro obiettivi, oltre ai libri, c’è il denaro: usato come parametro da Nastas'ja  Filippovna, che non esita a buttarne un pacco pieno nel camino acceso, per verificare avidità e vizi di Ganja, l’uomo che si dice disposto a sposarla, è, invece, definitivamente e decisamente dilapidato da quello zio di Evgenij Pavlovic, che se ne serve al pari di una sostanza, e che morirà suicida. 
Accumulato dall’usuraio Lebedev, in sostituzione di un prestigio che, pensa, non potrà mai avere, è strumento positivo di cambiamento nella vita del protagonista, Myškin, sotto forma di eredità, e negativo, sempre sotto forma di eredità per Rogozin, il coprotagonista.      
E, ancora, a proposito della struttura di una storia che, a seconda delle edizioni, sta fra le seicento e le mille pagine: a reggere il tutto, due compleanni.  Quello di Nastas'ja  Filippovna all’inizio della prima parte, un ventisette novembre che si trascina per un quarto della storia, circa, e quello del principe Myškin nella terza, in giugno, anche quello nell’ordine delle centinaia di pagine. 
Una struttura, come già più volte detto da altri e meglio, apparentemente imperfetta, con episodi di poche ore assemblati in vari capitoli,  che  si contrappongono a lunghi periodi di   tempo, settimane, mesi, riassunti in dieci righe.  Particolare la forma,  non solo per  i dialoghi, i personaggi, l’abilità nel tenere desta l’attenzione del lettore, ma anche per la capacità di tenere assieme il registro comico con quello tragico. 
Resta da chiedersi perché l’autore abbia accomunato Nastas'ja  e Lev Myškin. 
Perché sceglie i loro compleanni, come eventi su cui sviluppare la vicenda?
Che cosa li opprime, entrambi, che cosa li lega?
Che cosa riconoscono uno nell’altra?
Perché Nastas'ja  si innamora di Myškin, e sa con certezza di potersi fidare di lui, e solo di lui, un uomo sulla cui sanità mentale tutti hanno dei dubbi?
Perché alla fine lo abbandona?
E cosa, viceversa,  Myškin riconosce nella Filippovna? Perché rinuncia, per lei, alla sua felicità, ad Aglaja, di cui pare davvero innamorato? 
Uscito, per la prima volta, a puntate, nel 1868, questo notissimo, stracitato, libro della letteratura universale tiene assieme alcuni dei motivi fondamentali  che legano  gli esseri umani, tutti: amore, denaro, potere, gelosia, gruppi familiari, società e politica, classi sociali, ed è forse uno degli esempi più chiari di come la forma sinonimo di misura sia uno degli strumenti meno adeguati per giudicare un’opera d’arte.  
La traduzione di F. Verdinois, uscita nel 1927, saporosa la definisce lo studioso Mauro Martini, certamente datata,  è però la stessa che “un Pier Paolo Pasolini quindicenne scovò sulle bancarelle del bolognese Portico della Morte… ed è proprio la desuetudine della lingua di Verdinois a far maggiormente risaltare la più che attuale radicalità dei temi affrontati”* (“poi improvvisamente mi è capitato tra le mani L’idiota di Dostoevskij, ed è stata la rivelazione…”,  P.P Pasolini, sta in Un sistema per studiare, dalle pagine della rivista “Vie Nuove”, luglio 1960).
Moltissimi sono gli adattamenti, i lavori, tratti dai romanzi dell’autore russo e da L’idiota in particolare. 
Tra i più rilevanti, quello cinematografico, del 1920, di E. Perego, con una giovanissima Paola Borboni nella parte di Nastas'ja, poi  Irrende Seelen, il film di Carl Froelich, del 1921, con Asta Nielsen nel ruolo della Filippovna, e, del 1951,  Hakuchi, di Akira Kurosawa.

Del 1985 è la trasposizione di  Żuławski (L'amour braque - Amore balordo), e del 1994 quella di Andrzej Wajda Nastazja Filipowna, tratta da una sua, bellissima, riduzione teatrale del 1977. 

Nel 1953 la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann scrive i monologhi di Myškin per il mimodramma di H. W. Henze, L'idiota, rappresentato poi nel 1960.   

Si ispira al romanzo di Dostoevskij il regista francese Robert Bresson che, nel 1966, presenta a Venezia il suo Au hasard Balthazar.

Da ricordare anche l’opera lirica L'idiota. Opera in 3 atti e 7 quadri dal romanzo di Fiodor Dostoievskij, su musica di Luciano Chailly e testo di Gilberto Loverso, allestita nel 1970 all’Opera di Roma e, per la grande diffusione che ebbe, lo sceneggiato televisivo del 1959, L’idiota, adattato da Giorgio Albertazzi, per la regia di Giacomo Vaccari e le musiche di Luciano Chailly.

*introduzione a F. Dostoevskij, L’idiota, Roma, 1995

Fëdor Dostoevskij

Nato nel 1821, a Mosca, da Michail Andreevič Dostoevskij, medico, e da Marija Fëdorovna Nečaeva, figlia di un ricco mercante, vive l'infanzia nell'ospedale dei poveri Mariinskaja, dove il padre esercita la professione.
Il tenore di vita della famiglia è buono, nonostante l'ambiente cupo dell'ospedale: in casa non mancano le balie, ogni tanto si va a teatro. 
I romanzi gotici di Ann Radcliffe, che vengono letti ad alta voce la sera, e alcune storie del Vecchio e del Nuovo testamento sono fra i testi più amati dal futuro scrittore.
La madre è una donna colta, appassionata: è lei a introdurre alla lettura il piccolo Fëdor e suo fratello Michail, il secondo e il primo dei suoi otto figli, quattro femmine e quattro maschi.
Decisamente di carattere più cupo e geloso il padre, possessivo nei confronti della   moglie e ossessionato dalla perdita, il secolo  prima, dei titoli di nobiltà della sua famiglia lituana per il rifiuto di convertirsi al cattolicesimo, cercherà tutta la vita di recuperare terre e status, arrivando, a prezzo di notevoli economie, a disporre di una importante tenuta, Ceremošnja.
Nel 1834 Michail e suo fratello Fëdor entrano nel pensionato del francese Souchard per completare l’istruzione casalinga, l’anno dopo vengono mandati al collegio di Cermak, riservato alla buona società moscovita.
Nel 1837 la madre muore di tisi dopo l’ottavo parto.  Il padre dà  le dimissioni dall'impiego, manda i due figli maggiori a Pietroburgo, per frequentare i corsi di ammissione alla scuola di ingegneria militare, e se ne va a vivere a Ceremošnja, dove poco dopo, forse anche a causa del suo atteggiamento problematico, dovuto a una dipendenza dall’alcool, e del cattivo carattere, viene assassinato, pare, dai servi.
Ma nessuno darà corso all'inchiesta: la morte verrà attribuita a un colpo apoplettico.
A questo evento viene di solito collegato dagli storici il primo attacco di epilessia del futuro scrittore che continua, comunque, a frequentare la scuola d'ingegneria, dove era stato ammesso, a differenza del fratello Michail, che si sposerà e andrà a vivere a Reval.
Sono anni di studio e grandi letture, dei classici soprattutto, Victor Hugo, Goethe, Balzac, Hoffmann, Shakespeare: compone due drammi, poi perduti, Boris Godunov e Maria Stuarda.
Supera tutti gli esami, e nel 1843 lascia la scuola, come ufficiale addetto al servizio progetti della direzione dell'esercito. 
La rendita dell'eredità paterna e lo stipendio gli permetterebbero di vivere agiatamente, ma i debiti da gioco costituiscono già una delle voci negative del suo bilancio.
Nel 1844, senza nessuna certezza, rinuncia alla carriera di ingegnere militare e comincia a lavorare a una serie di traduzioni (Sue, Sand, Balzac)  di cui poco verrà pubblicato. 
Nel 1845 scrive il suo primo romanzo, Povera gente.
Il suo compagno alla scuola d'ingegneria, e amico per tutta la vita, Grigorovič porta il manoscritto a un editore.
Di lì a qualche mese, anche grazie alla presentazione entusiastica che ne fa il critico V.G. Belinskij, Dostoevskij viene accolto dalla società letteraria come un vero e proprio talento. 
L'anno dopo scrive, in una sola notte, Romanzo in nove lettere. Sulla rivista "Annali patrii" esce Il sosia, che non riscuote la stessa ammirazione del primo libro, e poi ancora due brevi testi narrativi, Il signor Procharin e La padrona.
Frequenta il circolo del socialista Butaševič-Petrasevskij, dove si tengono conferenze e dibattiti su opere censurate in Russia (Saint-Simon, Fourier, Helvétius).
Nel 1848 escono, su riviste e almanacchi, altri suoi racconti: La moglie di un altro, Un cuore debole, PolzunkovL'albero di Natale e il matrimonio, Il marito geloso, Le notti bianche.
Frequenta il giovane poeta Durov, di tendenza radicale e Nikolaj Spešnëv, di un circolo socialista rivoluzionario.
Nel 1849 pubblica, a puntate, il romanzo Netočka Nezvanova.
Nella primavera dello stesso anno, con altri membri del circolo Petraševskij, Dostoevskij viene arrestato, rinchiuso in carcere nella fortezza di Pietro e Paolo e condannato a morte, forse per aver letto in pubblico una lettera di Belinskij a Gogol’, una lettera censurata dal regime  per il suo carattere antigovernativo. Qualche mese dopo, in dicembre, a pochi istanti dall'esecuzione, come è prassi in caso di grazia sovrana, la condanna viene commutata in una pena ai lavori forzati con successivo arruolamento obbligato, e senza diritto di promozione.
Dal 1850 sconta quattro durissimi anni,  in Siberia, ad Omsk, in condizioni drammatiche.
Gli attacchi di epilessia peggiorano e lo stato di salute è definitivamente compromesso.
Scrive Il piccolo eroe.
Nel 1854 raggiunge Semipalatinsk (oggi Semej, in Kazakistan) dove prende servizio nella polizia di frontiera. 
Riesce a farsi mandare dal fratello libri e materiale di studio. legge i romanzi di Dumas, si appassiona al pensiero di Kant.
Fa amicizia con il barone Vrangel', pietroburghese,  in servizio a Semipalatinsk.
Si innamora di  Mar'ja Dmitrievna Isaeva, la moglie di un anziano funzionario al cui figlio dava ripetizioni, e nel 1857 la sposa.
Congedato dall'esercito, nel 1859, non ha ancora il permesso di rientrare a Pietroburgo, e si stabilisce così a Tver’, il capoluogo più vicino. Prepara una riedizione delle sue opere (escluso Il sosia, che ha intenzione di riscrivere), assieme al fratello Michail.
Escono su rivista Il sogno dello zio e Il villaggio di Stepancikovo.
Tra il 1860 e il 1863 l'autore lavora, col fratello, e due critici affermati, Apollon Grigor'ev e Nikolaj Strachov, al mensile "Il tempo", su cui usciranno, negli stessi anni, Umiliati e offesi, Memorie di una casa dei morti, Una brutta storia. 
Al ritorno da un viaggio in Europa (Parigi, Londra, Berlino, Ginevra, Milano, ma non solo) pubblica Note invernali su impressioni estive, una sorta di pamphlet contro gli sfaceli della civilizzazione europea e dell'industrializzazione.
L’autore sottolineerà volutamente l'aspetto nazionalista, conservatore, del suo pensiero, proclamando la fondamentale bontà ed efficacia del sistema sociale russo dopo le riforme di Alessandro II. 
Nonostante ciò, nel 1863, la rivista “Il tempo” viene soppressa dalla censura per via di un articolo, considerato troppo disfattista, sull'insurrezione polacca.
Dostoevskij torna a Parigi, dove incontra la scrittrice Apollinarija Suslova. Viaggiano assieme per l'Europa. Al casinò di Baden Baden perde tutto e, per tornare a casa, è costretto a farsi mandare del denaro dai familiari.
A marzo del 1864, su "Epoca", altra rivista che ha fondato assieme al fratello, esce Memorie del sottosuolo
Il mese dopo la moglie muore di tisi, a novembre muore anche il fratello Michail, lasciando moltissimi debiti.
Nel 1865 la rivista fallisce. 
Dostoevskij, che deve ora mantenere anche la famiglia del fratello, vive di prestiti e di anticipi. 
Tenta di nuovo la fortuna alla roulette, all'estero, a Wiesbaden, ma ancora perde. 
A salvarlo è di nuovo il barone Vrangel', che lo invita in Danimarca, a Copenaghen, dove risiede.
Nel 1866 conosce la stenografa Anna Grigor’evna Snitkina, cui detta Delitto e castigo e Il giocatore, scritto in poco meno di un mese. A dicembre dello stesso anni i due si fidanzano.
Nel 1867 Anna Grigor'evna e Dostoevskij si sposano. 
Con il poco denaro che hanno a disposizione, ricavato più che altro dalla vendita dei mobili e dei gioielli di lei, e per sfuggire ai debiti, partono per l'Europa dove risiedono per oltre quattro anni.
L'anno dopo, nel 1868, a Ginevra, nasce la loro prima figlia, Sof'ia, che muore qualche mese dopo. 
A settembre la coppia si trasferisce a Firenze. 
Esce, a puntate, L’idiota.
Nel luglio del 1869 sono a Dresda, dove nasce un'altra figlia, Ljubov'. A dicembre Dostoevskij spedisce alla rivista "L'aurora" il romanzo breve L'eterno marito.
Nel 1871, sul "Messaggero russo", esce a puntate I demoni. 
I coniugi Dostoevskij, col denaro guadagnato, riescono a tornare in patria dove i vecchi creditori li aspettano. 
Nasce il terzo figlio, Fëdor.
Nel 1872 Dostoevskij è assunto come redattore capo della rivista "Il cittadino".
L'anno dopo, nel 1873, Anna Grigor'evna pubblica in proprio le opere del marito. L'edizione in volume de I demoni avrà un enorme successo. Sul giornale di cui è redattore capo Dostoevskij inaugura una rubrica, Il diario di uno scrittore, una sorta di dialogo coi lettori, di grande impatto.
Nel 1875 sugli "Annali patrii", tra le prime riviste su cui lo scrittore aveva pubblicato, esce il romanzo L'adolescente. 
Nasce il quarto figlio, Alekséj. 
Pubblica in proprio, in fascicoli di venti pagine l'uno, il Diario di uno scrittore. Lo spiritismo, i processi celebri, la pedagogia, il bestseller dell'anno, Anna Karenina, alcuni dei temi affrontati. Non mancano i racconti, Bobok, del 1873, La mite del 1876, e Il sogno di un uomo ridicolo del 1877. 
Nel 1878 Dostoevskij è eletto membro dell'Accademia delle Scienze di Russia, onore toccato a Turgenev e a Tolstoj. 
Muore, a tre anni, il figlio Alekséj.
Il 1879 è l'anno di uscita, a puntate, sul "Messaggero russo" de I fratelli Karamazov.
A Mosca, nel giugno del 1880, tiene il Discorso su Puškin nell'ambito delle celebrazioni per l'inaugurazione di un monumento dedicato al poeta russo.   
Il 26 gennaio del 1881 lo scrittore, che soffre da tempo di enfisema polmonare, dopo un litigio con la sorella Vera, per via dell'eredità, ha degli sbocchi di sangue e sviene. 
La sera del 28 muore. 
Ai funerali parteciperanno sessantamila persone.

Libri utili

Bachtin M., Dostoevskij. Poetica e stilistica, Torino, 1968

Bachmann I., Die gestundete Zeit: Gedichte, Frankfurt am Main, 1953 (München, 2023)

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Cantoni R., Crisi dell’uomo. Il pensiero di Dostoevskij, Mi (1948), 1975

Coetzee J.M, Il maestro di Pietroburgo, Roma, 1994

Cypkin L. (introduzione di S.Sontag), Estate a Baden Baden, (1982), Mi, 2003

De Michelis E., Dostoevskij, Firenze, 1950

De Rose R., Titanismo, libertà, empietà in Dostoevskij, Napoli, 2014 

Dostoevskaja L.F., Dostoevskij nei ricordi di sua figlia. Ljubov’ Fedorovna Dostoevskaja, Mi, 1922

Febbraro P.,  L'idiota. Una storia letteraria, Firenze, 1990

Ferrazzi M.L., Dostoevskij o Dell'ambiguità, Roma, 1984

Gide A., Dostoevskij, Mi, 1946

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Girard R., Dostoevskij dal doppio all’unità, Mi, 1987

Grossman L., Dostoevskij, (Roma, 1968), Mi, 1977

Guarneri Ortolani A.M.V., Saggio sulla fortuna di Dostoevskij in Italia, Padova, 1947

Howe I., Politica e romanzo, Mi, 1962

Hutter N., Dostoevskij, Torino, 1962

Kristeva J. Dostoevskij. Lo scrittore della mia vita, Roma, 2020

Paci E., L’opera di Dostoevskij, Torino, 1955

Pareyson L., Dostoevskij. Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, Torino, 1993

Pascal P., Dostoevskij: l’uomo e l’opera, Torino, 1987

Rossanda R., La bontà: “L'idiota”. Fëdor Dostoevskij (1868-69), in Franco Moretti (a cura di), in Il romanzo, vol. I: La cultura del romanzo, Torino, 2001, poi in F. De Cristofaro (a cura di) Aperte lettere, Mi, 2023

Sibaldi I., Il coraggio di essere idiota. La felicità secondo Dostoevskij, Mi, 2017


Slonim M.L, Gli amori di Dostoevskij, Firenze, 1958

Šklovskij V.B., L’energia dell’errore, Roma, 1984

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Suslova A.P., Diario, Mi, 1978

Walser R., La rosa, Mi, 1992

Zweig S., Tre maestri, Balzac, Dickens, Dostoevskij, Mi, 1932

Federigo Verdinois

Nato a Caserta nel 1844, è morto a Napoli nel 1927.
Bibliotecario, giornalista, esperto di teatro dialettale, ha scritto per il "Fanfulla" di Roma con lo pseudonimo di Picche e diretto "Il Giornale  di Napoli" e la terza pagina del "Corriere del Mattino".
Appassionato di spiritismo e di occultismo si è occupato di letteratura fantastica, e ha scritto brevi testi narrativi e novelle, alcuni dei quali raccolti nel volume Racconti inverosimili di Picche, pubblicati nel 1886. 
Ha insegnato lingua e letteratura inglese e russa all’Orientale di Napoli, ha tradotto anche dal francese, dal tedesco, dal polacco e dal norvegese.

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