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Ne Il Cappello del Prete, popolare romanzo uscito nel 1887 (a puntate, sul quotidiano milanese L’Italia, in seguito sul Corriere di Napoli e in volume nel 1888 per l’editore Treves) Emilio De Marchi, milanese, nato nel 1851, prende alcuni dei personaggi (laterali) e dei protagonisti de I Promessi Sposi, e, dopo averli resi un po' lugubri, un po' grotteschi, li immerge in un'atmosfera scura e pesante. 

Della passione di Emilio De Marchi per Manzoni si sa: non lo considera solo un illustre concittadino, ma anche un esempio di stile, e per ciò che riguarda le scelte letterarie.
Quello che ne deriva è un perfetto esempio di "noir all'italiana". E così, al posto del pavido Don Abbondio troviamo sempre un prete, che però fa l'usuraio, tale Prete Cirillo; e al posto dell'Innominato un nobile campano, il barone (Carlo Coriolano) di Santafusca che, a differenza del primo, non avrà mai, però, la possibilità di redimersi. Esprimerà spesso, piuttosto, nel delirio del post-delitto il desiderio di assomigliargli. Altre figure di religiosi sono Don Antonio, il parroco di Santafusca, e Martino, il campanaro, talmente paciocchi e ingenuoni, da morirsene (il primo), a fine romanzo, per il proposito di aver desiderato (e preso, in un attimo di leggerezza) “il cappello del prete".
Il posto delle varie Lucia, Perpetua - così come della pur sempre austera, Gertrude - lo prendono una miriade di "donnine allegre", sempre pronte, tra una corsa ai cavalli e un'orgia, a mostrarsi benevolenti coi ricchi: Lellina, Marinella, i nomi.
Ma, la cosa più notevole di questo, "a suo modo spaventoso" romanzo - che prende un po' dal Dostoevskij di Delitto e castigo (1866: fra i più tragici dello scrittore russo); espressamente, dal "principale romanzo italiano" (I promessi sposi, 1827); un po', da autrici alla Radcliffe (L'italiano, del 1797, è ambientato a Napoli nel 1764); che pesca da Balzac (la cui novella La Bourse del 1832, narra di uno scambio di borse); e tanto dai contemporanei, E. Scarfoglio (i vicoli di Napoli, e i suoi abitanti; i "pitocchi" e la pittura contemporanea) e M. Serao (buona parte della vicenda muove da "pratiche" legate al gioco del Lotto) - sono le ambientazioni.
Le placide, accoglienti e inoffensive casette del comasco, diventano i bassi di Napoli (o dei dintorni), da De Marchi descritti quali sorta di antri. E al castello di Don Rodrigo, emblema della forza, della robustezza e dell'arroganza dei signori fa da contraltare il Castello dei Santafusca: una costruzione cadente, rovinata, decrepita e sommersa dalle ipoteche. Sarà lei, la vera causa del delitto.
"Il carniere del cacciatore", "la barca del pescatore", "la cisterna che accoglie Prete Cirillo", "il gioco del Lotto", "la corsa dei cavalli", "il gioco delle carte", "il corpo femminile", non sono altro che il tramite (molto poco spirituale) attraverso cui "la roba", e gli uomini, si avvelenano, (o trovano ristoro), e poi passano.
Un cane nero, o un numero fortunato, sono "il caso" che, solo, può cambiarti la vita. A distanza di quarant'anni, non si ha davvero più fiducia alcuna nella Provvidenza di manzoniana memoria. Oltre al "le figure", resta l’amore per gli autori amati e la letteratura.

 

Emilio De Marchi

Emilio De Marchi, nato a Milano (nel 1851), dove è morto (nel 1901), è una figura di primo piano del secondo ottocento italiano. 

Oltre che scrittore, traduttore e saggista, ha insegnato per vari anni in un liceo milanese. Demetrio Pianelli (1889), Arabella (che di Demetrio Pianelli è il seguito, è del 1892), e Giacomo l’idealista (1897) le sue opere più note.

Libri utili:

V. Branca (a cura di), Emilio De Marchi, Padova, 1983

C. Colicchi, Socialità e arte nei romanzi di Emilio De Marchi, Firenze, 1965 

A. Gorini Santoli, Invito alla lettura di Emilio De Marchi, Milano, 1986

G. Nava, Emilio De Marchi e la crisi di un'età, Bologna, 1964

G. Raya, Storia dei generi letterari italiani. Il romanzo, Milano, 1950

V. Spinazzola, Emilio De Marchi romanziere popolare, Milano, 1971

G.Tellini, Il romanzo italiano dell'Ottocento e Novecento, Milano, 2000 

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