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Uscito nel 1893 a Milano, per la casa editrice Rechiedei, Emma Walder di Beatrice Speraz, che per lavoro usava, tra gli altri, il soprannome maschile di Bruno Sperani, rientra nella tradizione dei romanzi, scritti da donne, dell’epoca, con le loro trame tinte di rosa e nero, intricate e a effetto. 

Pubblicato, forse, come altri testi della scrittrice, prevalentemente per far quadrare il bilancio, risulta però attuale, ancora oggi, non solo per tema e circostanze del racconto, ma anche per la capacità che l'autrice ha di spiegare dinamiche psicologiche e tratti sociali. 

Emma Walder racconta vita e avventure di una giovane donna, «elegante, snodata in modo naturale», perché nata in una famiglia di girovaghi e «saltimbanchi», «figlia di zingari», che parlavano una lingua «mista di francese e italiano».  

Adottata da piccola da Cleofe e Leopoldo Mandelli, aristocratici e benestanti, che vivono a Melegnano, nei dintorni di Milano, cresce con la sorella Annetta, figlia naturale della coppia.

A differenziare il testo da altri dello stesso genere, oltre che una capacità di introspezione psicologica dei personaggi e dei caratteri, una tesi politica, netta.

Le possibilità di riscatto, e di ascesa sociale, per chi provenga dalle fasce più marginali della società, sono nulle, e soprattutto laddove non vi sia un rifiuto della propria origine.

La storia di Emma, e nonostante il carattere mite della donna,  è segnata dall’inizio.  

A renderla inevitabile, la scelta di non rompere i rapporti con i suoi amici, Marta e Gioachino Von Roth, «giostrai e girovaghi», e con il loro universo di riferimento.

C’è poco, nella cultura della giovane Emma, che possa farle comprendere o accettare come «normali» i soprusi che subisce.

È implicita nel suo carattere la ribellione a certi codici di comportamento.

Il suo ingegno, ci dice l’autrice, è «selvaggio», la sua pazienza «si frangeva contro le difficoltà materiali».

Così come, certamente, sulla sua fine pesa la circostanza che i Mandelli, a parte il padre, non l'abbiano mai veramente accettata. 

È nell’inizio del romanzo, nella mancanza di complicità che la sorella di Emma, Annetta esprime, in quel suo «Ma che! Mia sorella? Io non ho sorelle. Questa è una povera abbandonata che la mamma ha raccolto e che noi si mantiene per carità», che  l’autrice costruisce il finale. 

Nel parlare all’uomo di cui è innamorata, la figlia legittima fa di tutto per distogliere la sua attenzione dall'altra, la figlia degli zingari. Ma il desiderio, come si sa, viaggia su strade sue proprie e sarà proprio quella dichiarazione di diversità ad attrarre l’uomo. Assieme all’idea di poter umiliare Emma, proprio nello stesso modo in cui fanno Annetta e la madre. 

Se la ribellione trascinerà con sé anche il Mandelli, il padre, Leopoldo, aristocratico musicista,  è perché anche lui, a sua volta, non ha mai del tutto accettato le convenzioni sociali e la stupidità che esse rappresentano.

Se all'inizio della storia Emma subisce, e la differenza con la sorella adottiva si manifesta solo come una forma, maggiore, di timidezza, determinata forse anche dal diverso trattamento che la madre riserva alle due, con l'avanzare della vicenda vengono fuori altre sue caratteristiche.

Tra queste, un'impossibilità di adattarsi ai codici ufficiali di comportamento, coi loro riti e le loro regole, un'insubordinazione così assoluta e totale da sfociare nell'incesto.

Sia lei che Leopoldo, il padre adottivo, il musicista, sono destinati alla solitudine, e resi estranei alla comunità da scelte fatte e un destino da subire. 

Quando Emma viene costretta a un rapporto, con la forza, da Paolo Brussieri, il fidanzato della sorella, impiegato in pretura, un bell’uomo «dall’aspetto fiorente, dal viso scultoreo», reagisce, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, e che le regole dei romanzi edificanti prevedono, con una forma di tragico, furioso rifiuto delle regole sociali e della comunità che le sta attorno.

Rifiuto che la porterà, più tardi, a diventare l'amante del padre adottivo, il Mandelli, quando questi ucciderà il Brussieri, l'uomo che le ha usato violenza. 

L'insubordinazione femminile che diventa espediente narrativo, un modo come un altro per far procedere la trama, ma anche uno strappo nel determinismo, nella parabola del naturalismo che l'autrice sembra prendere a prestito da Zola, da lei più volte tradotto. La diversità che diventa una risorsa, l'incapacità di adattamento una forma di sopravvivenza.
La storia di una ragazza sola, troppo intelligente per adattarsi a ciò che i costumi dell'epoca chiedevano alle donne, non abbastanza ambiziosa da usare la bellezza per tentare, per esempio, una qualche forma di affermazione sociale e che non accetta la parte  della vittima.

Prova ne sia il finale: Emma sarà assimilata dalla buona società perché consapevole della sua «originale» storia personale, di cui non si vergogna quasi mai.

Interessante la descrizione del Brussieri, il violento, come di un uomo insoddisfatto da una circostanza precisa: il non poter vivere nella grande città («Nato e cresciuto a Milano, figlio di un negoziantuccio di guanti e cravatte, arricchitosi soldo a soldo, Paolo si sentiva naturalmente spostato nel grosso borgo; e guardava i suoi simili con orgoglio altezzoso e aristocratica degnazione»).

L’aggressività come rimedio alla frustrazione personale e all'insoddisfazione, nel caso degli uomini. Nella donna, invece, pensiamo a Cleofe, moglie di Leopoldo e madre di Annetta, la frustrazione diventa spinta per uscire dalla coppia e dalla famiglia: si configura come tradimento sessuale. 

L’impossibilità di separarsi legalmente che Cleofe e Leopoldo subiscono, la costrizione matrimoniale, i formalismi e le convenzioni sociali, visti come cause di sofferenza e di disordine psicologico, oltre che sociale. Spesso nei suoi scritti e romanzi Speraz fa riferimento alle polemiche dell’epoca sul divorzio.

 Il romanzo come modalità di riflessione e di denuncia, scritto in un italiano che non ha particolari coloriture dialettali, e che funziona prima di tutto come modalità comunicativa.

Bruno Sperani (Beatrice Speraz)

Nata a Salona, a pochi chilometri da Spalato, nel 1839 da Marino Sperac (Speraz), slavo, di condizioni modeste, e Elena Alessandri, istriana, benestante, diversi per estrazione sociale, oltre che per origini geografiche, Vincenza Pleti Rosic Pare-Spèrac (questo il nome reale della scrittrice) a nove anni, dopo la morte di entrambi i genitori, va a vivere in Istria, coi nonni materni.

È studiosa e appassionata di letteratura: Manzoni, ma soprattutto Leopardi, gli autori preferiti tra gli italiani. 

Goethe, Schiller, Heine, gli amati tedeschi.

Nel 1857, a diciotto anni, e per esaudire un desiderio della famiglia, si sposa con Giuseppe Vatta, da cui ha tre figli. 

Nel 1864, però,  lascia figli e marito e va a vivere, da sola, a Trieste dove si mantiene insegnando italiano in una scuola.  

Incontra l'editore Emilio Treves e, subito dopo, Giuseppe Levi, col quale inizia una lunga relazione. I due, che avranno altre quattro figlie, si trasferiscono prima a Bologna e poi a Firenze. 

Beatrice collabora a "La Nazione" con racconti e articoli di critica e costume.  Quando nel 1876 Levi muore improvvisamente, va a vivere a Milano. 

Lavora per "La Gazzetta Piemontese", "La Perseveranza" di Milano, “Il Caffaro” di Genova, il “Capitan Fracassa”, romano, e altri quotidiani o periodici, con traduzioni, racconti, articoli. 

Nel 1879 pubblica un romanzo, come quasi tutti i suoi, a puntate, Cesare, ambientato durante le battaglie risorgimentali: lo firma come Bruno Sperani, che rimarrà il suo pseudonimo definitivo, dopo averne usati altri (Livia, Donna Isabella). 

Nel 1880 esce il primo volume di novelle, Sotto l'incubo.

Conosce Giovanni Verga, Maria Antonietta Torriani (Marchesa Colombi), De Amicis.  

Del 1883 è un altro volume di novelle, Sempre amore e un romanzo, Veronica Grandi, uscito a puntate, e mai pubblicato in volume.

Nel 1885 esce Nell’ingranaggio: una giovane donna, Gilda, si suicida in seguito alla relazione con un uomo sposato.  

Il 1887 è l’anno del romanzo Numeri e sogni: una storia di amori e tradimenti, protagonisti l’artista, il pittore, Adriano e la modella Marietta. Il libro viene recensito molto favorevolmente da Filippo Turati, che vede in esso l'applicazione di un metodo di analisi sociale e psicologica e del mondo del lavoro.

Speraz che è anche traduttrice dal francese e dal tedesco, conosce bene i romanzi di Zola e Daudet, comincia una collaborazione a "Cronaca rossa", con lo stesso Turati, Felice Cameroni, Virginia Olper Monis.

Nel 1888 esce in volume il romanzo L'avvocato Malipieri: Giuseppina Candiani, la protagonista, vede la sua vita cambiare nell'interesse per il socialismo.

Il 1889 è l'anno di un altra raccolta di novelle, Nella nebbia.

Del 1890 è Il romanzo della morte: una giovane donna, Argia Pisani, messa incinta da un anziano amico di famiglia, troverà la forza di denunciare la situazione senza rinunciare al figlio.

Nel 1891 esce Eterno inganno, una raccolta di racconti.

Nello stesso anno la scrittrice inizia la relazione con l'artista, illustratore, Vespasiano Bignami, che sposerà nel 1913.  

Nel 1891 esce il romanzo Tre donne, sul mondo del lavoro femminile.

Emancipazionismo femminile e socialismo, i cardini della narrativa speraziana del periodo. La casa familiare, il matrimonio, come luoghi di esercizio di un potere sociale che spinge le donne alla mancanza di consapevolezza, alla demenza, o alla sottomissione. 

Gli ambienti aristocratici, con le comodità che danno, non garantiscono alle donne più diritti, o più felicità, anzi. Sono spesso le donne della piccola e media borghesia ad aver comportamenti meno stereotipati e più inclini alla ribellione.

Nel 1893 pubblica, sul numero unico intitolato l"Idea", a cura di un gruppo di giornalisti e scrittori pacifisti, tra cui De Amicis, la novella Fame. 

Centrale il tema della giustizia sociale, in questo come in altri racconti dell’epoca.

Del 1894 è La fabbrica, romanzo ambientato fra gli operai edili di una Milano già capitalistica, e anche qui, con Federico Bitossi, uno dei protagonisti, torna il tema della politica. 

Nello stesso anno esce  Un marito: storia di Silvia Orlandi, che non si rassegna all'idea di doverne avere per forza uno.  

Nel 1895 Speraz pubblica La commedia dell'amore una raccolta di novelle.

Dal 1896 fino alla fine del secolo e oltre, la scrittrice pubblica quasi un romanzo all'anno, non tutti della stessa qualità.

È del 1896 Sulle due rive: protagonisti un onorevole, Sebastiano Berth, e la moglie Amalia, scrittrice e giornalista, ambientato a Roma, così come Le vinte in cui è centrale il riferimento al Risorgimento.

In balia del vento, del 1898, forse uno dei romanzi più moderni della scrittrice,  racconta la storia di Linda Armandi che, maltrattata e ingannata da un uomo, riuscirà a trovare temporaneo benessere nella relazione con uno scrittore, politicamente impegnato, affascinato dal suo passato. 

Nel 1901 esce Macchia d'oro.

 Nel 1905 Signorine povere, ennesima storia di riscatto femminile, per Maria, di mestiere maestra.

 A legare gli avvenimenti ricorrono gli stessi temi, tra seduzione, ipocrisia, formalismo sociale, e sfruttamento salariale.

Nel 1907 la Speraz recensisce molto positivamente il libro di Sibilla Aleramo Una donna.

Il 1910 è la data di uscita di un altro romanzo, La dama della regina.

Nel 1915 Speraz pubblica un'opera apertamente autobiografica, Ricordi della mia infanzia in Dalmazia.

Durante la Prima guerra mondiale muore il nipote Giovanni, figlio di sua figlia Gilda.

Domenico, il suo primogenito è costretto al carcere per motivi politici.

Nel 1920 l'autrice, che è stanca e sfiduciata, trova come sempre aiuto nella scrittura pubblicando una raccolta di novelle Nel turbine della vita, e altri due romanzi: Tragedia di una coscienza e Teresita della Quercia.

Morirà a Milano il 2 dicembre 1923.

Libri Utili

 

Colummi Camerino M., Donne nell’ingranaggio. La narrativa di Bruno Sperani, (sta in) Les femmes- écrivains en Italie (1870-1920): ordres et libertés, Parigi, 1994

 

Merry B., Sperani Bruno, (sta in) in The Feminist Encyclopedia of Italian Literature, Westport (CT), 1997

 

Morandini G., La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana fra Otto e Novecento, Milano, Bompiani, 1980

 

Paris R., Il mito del proletariato nel romanzo italiano, Milano, 1977

 

Sanvitale F., Le scrittrici dell’Ottocento: da Eleonora De Fonseca Pimentel a Matilde Serao, Roma, 1997

Zambon P., Il filo del racconto. Studi di letteratura in prosa dell’Otto/Novecento, Alessandria, 2004

 

Zancan M., Le autrici. Questioni di scrittura, questioni di lettura, (sta in) Letteratura italiana del Novecento. Bilancio di un secolo, Torino, 2000

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